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sabato 14 marzo 2009

A Lucca non perdetevi la Pietra del Diavolo



Oggi siamo a Lucca, immersi fino alle orecchie in uno dei misteri più singolari d'Italia, e più precisamente a Palazzo Bernardini, un edificio costruito tra il 1517 ed il 1523. A differenziarlo da qualsiasi altra struttura simile o nelle vicinanze non è la data di edificazione, ma uno stranissimo dettaglio che tuttora conserva. Guardando all'altezza della prima finestra destra dell'enorme portone principale, infatti, non potrete che imbattervi nella famigerata ed ormai celebre Pietra del Diavolo, uno degli stipiti, ma incurvato innaturalmente. Se vi mettete ad osservarla da lontano, la curvatura vi sembrerà così accentuata da farla apparire quasi irreale, fatata, incantata, come di legno o di qualsiasi altro materiale più malleabile; se poi vi avvicinate nuovamente a toccarla, non avrete alcun dubbio sul suo materiale: la pietra anomala è davvero di pietra. Durissima. Quando l'uomo si trova di fronte ad un'incongruenza di cui non riesce a comprendere la ragione, ci scrive su un racconto. Tutt'al più una leggenda. Anche in questo caso la Pietra del Diavolo deriverebbe da un particolare evento, episodio in cui il diavolo avrebbe convinto i signori Bernardini a costruire un palazzo imperiale nel luogo esatto in cui avrebbe trovato un'icona miracolosa della Madonna, tanto venerata in città. L'immagine verrà distrutta per lasciare il posto proprio all'edificio e nel punto in cui si trovava, la pietra s'incurvò irrimediabilmente. Tanti sono stati fino ad oggi i tentativi tesi a raddrizzarla, persino utilizzando la resistenza di una struttura in ferro, ma ogni sforzo si rivelò vano. Perfettamente inutile. Ad oggi la pietra è sempre lì, visibile a tutti e minacciosa più che mai, testimone di un passato inverosimile e di presagi lontani.



Da Calì è tutto, al prossimo mistero.

mercoledì 11 marzo 2009

Il quadrato di Sator: gioco o mistero?



Per i veri appassionati di misteri aritmetici e di curiosità enigmistiche, il quadrato di Sator rappresenta l'apoteosi del gusto. Un struttura a forma di quadrato magico composta da cinque parole latine (Sator, Arepo, Tenet, Opera, Rotas) che se prese in considerazione di seguito, dall'alto in basso o da sinistra verso destra, originano una frase che rimane identica a se stessa, qualsiasi sia il verso di lettura. Dicesi palindromo, ma dicesi, soprattutto, mistero. Già perché quello di Sator non è un semplice quadrato magico che tanto assomiglia a quelli numerici, ma è altresì una traccia visibile su un sorprendentemente vasto numero di reperti archeologici sparsi in Europa. Santiago de Compostela, il Duomo di Siena, l'abbazia di Sermoneta, il castello di Rochemaure, senza contare i rinvenimenti in Inghilterra ed Ungheria, sono soltanto alcuni esempi dei luoghi in cui il famigerato quadrato misterioso ha fatto la sua comparsa. Il caso più esemplare, però, resta tuttora quello di Pompei quando durante gli scavi del 1925 ne venne ritrovata l'incisione sulle scanalature di una colonna della celebre Grande Palestra: è proprio a partire da questa scoperta e dagli studi sul risultato della sua frase palindroma che il quadrato di Sator viene detto anche "latercolo pompeiano". C'è persino chi lo trova tra le mura domestiche, come un gruppo di ragazzi siciliani che nel luglio del 2007 ne hanno trovato uno in provincia di Catania, sulle travi dismesse di un vecchio scheletro d'abitazione, accompagnato da un geroglifico, da un'epigrafe latina e dai disegni di un oplita greco (il soldato della fanteria pesante dell'antica Grecia). Il perché di tanta diffusione è presto detto: a partire dall'indecifrabile significato espressamente letterale della frase (il termine Arepo non è strettamente latino), le congetture si sono moltiplicate fino ad arrivare all'immagine di un seminatore che tiene con cura le ruote del suo carro. A parte le prosaiche allusioni alle più consuete pratiche agricole, non manca un evidente collegamento al testo evangelico che lo stigmatizzerebbero come un autentico simbolo cristiano. La prima ipotesi a riguardo fu del celebre studioso Grosser che analizzando con notevole spirito enigmistico l'insieme delle lettere che componevano il quadrato, ottenne un ipotetica soluzione al dilemma: una croce nella quale la parola Paternoster si incrocia esattamente sulla lettera N, lasciando fuori due lettere da porre ai margini come inizio e fine di tutto. Un'interpretazione apocalittica, dunque, rafforzata da numerose altre analisi e smentita, invece, da chi rifiuta categoricamente l'origine cristiana del palindromo. Gli anagrammi possibili avanzati sono davvero molti, altrettanti gli studi affettuati (c'è non solo la tesi di un possibile collegamento ai Cavalieri Templari, ma persino quella secondo la quale il quadrato di Sator sarebbe la mappa universale per la distribuzione postale nei primi secoli dell'impero romano): ci si chiede pertanto se esista davvero una risposta unica ed univoca a questo curioso mistero che oggi suscita infinite congetture ermetiche, cabalistiche e negromantiche in chi non si accontenta delle classiche parole crociate a schema libero o del sudoku.




Dal vostro Calì per ora è tutto.

giovedì 5 marzo 2009

Philadelphia experiment: scienza o fantascienza?



C'è chi è convinto del complotto chiamandolo Project Rainbow e chi sostiene fermamente che non sia assolutamente da considerare una semplice leggenda. Anzi, molto di più. Quello di Philadelphia, è un esperimento segreto che la US Navy avrebbe condotto il 28 ottobre 1943 nei Philadelphia Naval Yards in Pennsylvania e che, grazie all'utilizzo di potentissimi magneti, avrebbe fatto scomparire una nave da guerra nel porto per farla poi rinvenire a Norfolk, distante diverse centinaia di chilometri dal luogo d'origine. La teoria di base per sperimentare un innovativo e geniale sistema di creazione di un campo d'invisibilità coordinato dal dott. Franklin Reno, è quella einsteiniana del campo unificato che presuppone una reciproca relazione delle forze comprendenti gravità e radiazione elettromagnetica. Il risultato sarebbe stato ottenuto tramite la generazione di un potente campo magnetico che avrebbe curvato la luce riflessa dalla nave, allestita con tre generatori di alta potenza e rendendola di fatto invisibile. E' stato poi detto che un test era stato effettuato soltanto sei giorni prima causando nausee all'intero equipaggio e che in seguito all'esperimento alcuni membri avrebbero sviluppato gravi malattie mentali, che altri sarebbero stati trovati parzialemnte fusi col metallo del ponte e che altri ancora sarebbero addirittura completamente svaniti nel nulla. In realtà la leggenda nasce per mano di Morris K. Jessup, astronomo americano dilettante e scrittore di numerosi testi sugli UFO, che affermò di aver ricevuto tre lettere di Carlos Miguel Allende in cui citava espressamente l'esperimento in causa e confessava la scomparsa di alcuni partecipanti. Il seguito è piuttosto controverso perché pare che alla richiesta di approfondimento del ricevente, Allende abbia dichiarato di aver dimenticato ogni cosa e di poterla recuperare solo tramite ipnosi. I contatti tra i due sembrano interrompersi a questo punto della storia, ma è proprio da questo momento in poi che la diffusione della notizia e lo straordinario numero di pubblicazioni che ne seguì si accanirono su questo singolare e presunto accadimento. Partendo dal presupposto che ad oggi non esistono fonti controllabili sulla vicenda in questione, vanno comunque ricordati alcuni episodi. Durante una conferenza un certo Al Bielek non solo confermò l'avvenuto esperimento, ma si presentò come uno dei membri sopravvissuti dell'equipaggio. Solo dopo un'attenta verifica, emerse che non solo Bielek non era a Philadelphia quel giorno, ma che aveva tentato più volte di esporsi con affermazioni mendaci per supportare le proprie teorie. Da altre ricerche è venuto alla luce il nome di Allende ed è stato accostato ad un certo Carl Meredith Allen, studioso americano vittima di gravi disturbi mentali e preda di numerose allucinazioni. Inoltre in occasione di un incontro tra veterani dell'equipaggio della Eldrige, non avrebbe mai sofferto di sparizioni nel nulla di componenti del suo valido e fedele equipaggio. Senza contare che secondo il diario di bordo, la nave sotto inchiesta, precisamente la SS Andrew Furuseth, si trovava in crociera nel Mar Mediterraneo e ci sarebbe rimasta fino al gennaio dell'anno seguente. Ovviamente di fronte a tanti riscontri sembra che l'esperimento non sia mai avvenuto o che, a volerci davvero credere, sia esistito soltanto nella mente fantasiosa ma corrotta di fanatici in cerca di gloria e di singolari personaggi in preda a fatali percezioni illusorie.

E anche per Calì è il momento di sparire. Alla prossima miei cari lettori.

lunedì 2 marzo 2009

Splendor Solis, scrigno dell'alchimia


Immaginiamo di possedere un'antica libreria dove sui suoi polverosi scaffali troneggino testi magici colmi di segreti e codici da decifrare. Tra questi non dovrebbe assolutamente mancare il celebre Splendor Solis, manoscritto alchemico risalente al XVI secolo attualmente custodito presso il Museo Prussiano Statale di Berlino. Un testo caratterizzato da ben ventidue raffigurazioni, un numero che ricorre anche negli arcani maggiori dei tarocchi e nelle lettere ebraiche. Le illustrazioni sono esattamente disegnate su fogli di pergamena (il cosiddetto vellum) ottenuti con pelli di vitello o di pecora, bordati totalmente in oro e piuttosto resistenti al tempo e alle varie correzioni. Le copie si sono moltiplicate nel corso del tempo ed alcune di esse, seppur di epoca più tarda rispetto all'originale ma altrettanto belle, suggestive e di pregevole fattura, sono attualmente custodite nelle capitali di Parigi e Londra. Ma di cosa tratta esattamente questo manoscritto misterioso? In realtà le simbologie presenti nello Splendor Solis esprimono chiaramente la natura e lo sviluppo di vari processi alchemici, dalla morte alchemica alla rinascita del grande Re. Sono facilmente individuabili anche sette ampolle, ciascuna associata ad uno specifico pianeta del nostro sistema solare, in cui gli animali collegati al Re e alla regina, subiscono evidenti trasformazioni. Come accade per qualsiasi altro testo rivestito da un'aura di grande fascino e mistero, anche per lo Splendor Solis l'origine e la paternità dell'opera risultano più che incerti, improbabili da definire con assoluta certezza. La tesi più accreditata è che a produrlo sia stato il leggendario insegnante di paracelso, Salomone Trismosin, ma niente può davvero illuminare completamente la strada su cui un manoscritto del genere si è mosso finora. Alla luce della simbologia rilevata e più o meno totalmente chiarita, lo Splendor Solis risulta molto interessante non solo dal punto di vista formale o contenutistico, ma fondamentale dal punto di vista storico poiché getta una luce nuova su processi anticamente molto diffusi e su una pratica, quella alchemica, di cui molti facevano uso e che ancora oggi ci appare come un'attività pregna di misteri ancestrali e credenze quasi extraumane. Nessuno è in grado di resistere al fascino che l'alchimia ha sempre esercitato sugli uomini, neanche la modernità che ancora oggi continua ad analizzarla e a studiarla in laboratorio.

E anche oggi come per magia, Calì vi saluta e scompare.

sabato 28 febbraio 2009

Necropoli e tesori a Salonicco


Durante i lavori preparatori alla costruzione e allo sviluppo della rete della metropolitana a Salonicco, è stato rinvenuto un vero e proprio tesoro ricco di monete di bronzo, gioielli, corone d'oro e vasi in diversi materiali, forme e dimensioni. La ricchezza più grande però non consiste soltanto nei beni preziosi ritrovati, ma in una vera e propria necropoli macedone. Il Ministero della Cultura ha infatti annunciato la scoperta di ben 1414 tombe risalenti ad un'epoca compresa tra il terzo secolo a.C. ed il quarto d.C., dichiarazione seguita dalla confessione di un'altro rinvenimento, quello di 43 tombe a Pella, risalenti anch'esse tra il quinto al terzo secolo a.C. Pella, tra l'altro, non fu solo una delle antiche capitali della Macedonia, ma il luogo esatto in cui nacque il grande e leggendario Alessandro Magno. Anche questa necropoli pare contenga gioelli ed altri preziosi oltre a ben conservate armi di ferro ed armature di bronzo collocate nelle tombe di 20 guerrieri. Tornando a Salonicco dobbiamo, per dovere di cronaca, specificare che i lavori per la costruzione dei 12 km di rete metropolitana inizieranno a breve e si concluderanno prevedibilmente entro il 2012. Questa non è che l'ennesima conferma di quanto il moderno possa continuare ad incidere sul passato e del legame tra i ritrovamenti e la civiltà macedone. Le corone d'oro rinvenute a Salonicco, infatti, sono piuttosto simili a quelle ritrovate nella celebre necropoli reale di Vergina, prima capitale del regno di Alessandro Magno a 20 km. dall'altra città nominata. Chi tra gli appassionati di scoperte e misteri archeologici può ancora lamentarsi della metropolitana? Finalmente oltre a farci risparmiare tempo per raggiungere due luoghi distanti, ci dà una mano anche a far luce su dilemmi arcani. Un punto in più per l'uomo moderno. E per il grande tesoro macedone.

Da Calì per ora è tutto.

giovedì 26 febbraio 2009

Tra il bene e il male, meglio la vita



Nella vita ciascuno di noi ha bisogno di intraprendere cammini e di avviarsi per sentieri che portano a mete più o meno lontane. Il fascino spesso riguarda le dinamiche del viaggio piuttosto che lo scopo prefissato, il modo e lo spirito con cui si arriva al termine, non tanto la fine stessa. Ma se c'è un viaggio di cui nessuno può parlare, ma di cui molti propongono ipotesi, suggestioni e congetture varie è quello più spaventoso e temuto di tutti, quello più inflazionato da sogni e racconti, quello più immaginato e al tempo stesso rinnegato. La morte. Quella del viaggio ultimo è da sempre la prima paura che invade il cuore degli esseri umani, a partire dall'ottenimento di una coscienza e di una consapevolezza responsabile fino agli ultimi giorni di vita, ai pensieri e ai timori terminali. In realtà quello della grande livellatrice è il pensiero più spaventoso da sempre, fin dalle origini stesse dell'umanità, della sua storia e della sua evoluzione. Ciascuna civiltà in cui ci siamo imbattuti finora e ciascuna di quelle che affronteremo in futuro, si è più preoccupata degli aspetti ultraterreni ed extraumani piuttosto che di quelli strettamente legati alla vita di ogni giorno. Nessuno, a parte gli irriducibili superuomini che hanno dominato ogni epoca, crede di poter davvero essere immortale, o almeno non in questa forma, ed essendo la vita un lungo viaggio di cui l'inizio è stabilito ma l'ora della fine è ancora tutta da giocare, la morte diventa non solo il più grande mistero da scoprire, ma anche e soprattutto l'unica straordinaria certezza che l'umanità abbia mai posseduto. In realtà tutto ciò che sappiamo di noi stessi è che prima o poi di noi non resterà che il dolce (si spera) ricordo. Lo sapevano gli Incas, i Maya, ma anche gli antichi romani e i greci più illustri. I fenici, gli egizi, gli arabi e gli abitanti della mezzaluna fertile. Persino le popolazioni barbariche sapevano perfettamente che la loro forza non sarebbe durata per sempre. Alcuni si sono arresi alla natura, altri hanno deciso di procurarsi la forza per varcare il limite e vedere cosa succede. Pensiamo a tutti coloro che si sono addentrati in pratiche magiche e di evocazione demoniaca seguendo testi più o meno accettabili (il Levegeton, chiamato anche Piccola Chiave e attribuito dai più a Salomone, ne è un esempio lampante poiché conteneva informazioni su ben 72 Spiriti Demoniaci -nomi, gradi, aspetto manifesto e sigilli- e fu largamente utilizzato dai più grandi occultisti di ogni tempo), chi ha praticato sacrifici e torture e chi si è convinto che la vera soluzione a tutto fosse il male. Ogni uomo ha bisogno delle sue piccole grandi chiavi per accedere ai misteri più secreti ed occulti dell'universo, ma cedere all'oscurità non aiuta certo ad aprire gli occhi e ad illuminare tutto ciò che c'è di buono in questo mondo. Prima di abbandonarsi al male, meglio imparare a conoscere il bene, a guardare quanta vita c'è ancora da scoprire. Perchè è vero che l'uomo è per sua definizione finito, perennemente immaturo ed imperfettissimo, ma può diventare più grande dei giganti adoperando quello che la natura gli ha sempre messo a disposizione: intelletto, cuore e ingegno.

Calì vi saluta, per oggi si conclude qui il nostro piacevole incontro in rete.

mercoledì 25 febbraio 2009

La preziosa eredità dell'Abate Julio


Abate Julio, chi era costui? Un uomo vissuto più di un secolo fa le cui scritture sopravvivono tuttora, sebbene siano passati molti anni dalla sua morte, e per il valore che racchiudono sono tra le più note agli ambienti esoterici. Il suo straordinario lascito comprende preghiere, formule cabalistiche, esorcismi e l'attestazione di valore e potenza dei Salmi. Lo scopo della sua eredità lasciata ai posteri consiste nello sfruttare queste risorse in qualsiasi occasione e momento della vita poiché produrrebbero benessere psicofisico, dissiperebbero problemi, preoccupazioni ed ostacoli, allontanerebbero le influenze più diaboliche e guarirebbero da ogni male, senza dimenticare la protezione assicurata contro malignità, nemici e calamità naturali. Non solo parole, però, poiché l'abate Julio ha provveduto a farci pervenire anche una considerevole raccolta di talismani tracciati per mezzo di un alfabeto segreto, di cui fa menzione in altre sue opere e che, dopo averli disegnati su pergamene apposite, rivelerebbero brani e formule tratti persino dal Libro dei Salmi. Uomo pio e carismatico, a lui si rimettevano tutti coloro che avevano bisogno di conforto, consigli e buone parole, senza contare tutti coloro che si recavano presso di lui per ottenere aiuti materiali, non solo spirituali. Certamente un punto di riferimento per molti che vissero i suoi anni, tanto amato dal popolo quanto osteggiato e mal visto dal vaticano che, tra l'altro, in seguito alle sue pratiche magico-cristiane segnate da una profonda devozione agli oggetti sacri come accadeva nelle campagne europee dell'età medioevale, lo scomunicò senza pensarci due volte. Certo è che a prescindere dagli ostacoli incontrati lungo il cammino e dalle pietre calunniose scagliate non solo contro le sue pratiche, ma contro la sua stessa persona, la memoria che gli derivò dalle sue miracolose formule e dai suoi straordinari segreti vive ancora oggi, non solo tra i praticanti, ma tra tutti coloro che seguendo le indicazioni dettagliatamente descritte ed accuratamente spiegate, trovano giovamento ed ottengono risultati a dir poco sbalorditivi e miracolosi. Ora come allora.

Per ora Calì vi saluta.

lunedì 23 febbraio 2009

Picatrix e l'unione dei regni


La magia, si sa, spesso non ha limiti e va ad incrociare regni diversi. Il trattato arabo scritto in Egitto tra il 1047 e il 1051 ed attribuito a Maslama al-Magriti, incentra la propria straordinaria materia proprio sulle cosiddette simpatie che intercorrono tra i pianeti, gli animali, le pietre, le piante e tutto il resto, senza dimenticare le modalità con cui utilizzare per scopi magici quest'insieme di elementi speciali. Picatrix, questo sembra il nome del testo, annuncia anche la potenza dei sigilli e delle immagini attribuiti al celebre Ermete Trismegisto ed approfondisce ulteriori aspetti misteriosi. Questo fondamentale trattato di origine medioevale, viene chiaramente considerato un testo di magia talismanica ed evocatoria che ai tempi in cui venne composto e tradotto in latino (così da assumere il nome con cui noi oggi lo conosciamo), ebbe uno straordinario successo in ogni ambiente esoterico, particolarmente quando i massimi esponenti dell'Arte di quell'epoca specifica (Cornelio Agrippa, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola) iniziarono a studiarlo ed approfondirlo in ogni sua parte, traendone materialmente numerosi benefici. Sostanzialmente l'opera in questione insegnerebbe il modo attraverso cui sia possibile vaticinare sugli eventi futuri, illustrando anche i momenti migliori in cui avvicinarsi al testo stesso, in armonia con le posizioni planetarie e con l'intero cosmo. Le sue parole ne influenzarono molte altre, soprattutto quello pronunciate dai più grandi esoterici del passato. Attualmente alcune sezioni dell'opera sono conservate presso la Biblioteca dell'Arsenale di Parigi, ma chiunque può trovare il Picatrix in quasi tutte le librerie europee, sebbene valga la pena precisare che come qualsiasi altro manoscritto antico possa aver subito corruzioni e rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Come accade per tutti i segreti da occultare, anche il Picatrix non sfugge alla logica del mistero: agli occhi dei profani e per evitare i temibili tribunali inquisitori, il testo doveva risultare puerile, risibile e completamente privo di senso e significato logico, nonostante ogni suo frammento nascondesse sempre la sua propria verità assoluta, chiara e finalmente comprensibile agli iniziati. Alla luce di quanto appena affermato, non ci è dato conoscere cosa davvero intendesse dire l'autore con le sue formule, ma ci basti sapere, dopo aver accuratamente evitato di giocare con un testo che, come molti altri, è stato da sempre ritenuto oscuro e di magia perlopiù nera, che se altri maghi ed alchimisti non solo ne hanno preso in prestito i concetti, ma ne hanno riutilizzato gli incantesimi, certamente è un trattato da non sottovalutare e di cui parlare con molta cautela.

Anche per oggi, dal vostro calì è tutto.

domenica 22 febbraio 2009

Giù le mani dal tesoro della regina



Se ogni castello è severo custode di antichi segreti ed ancestrali leggende, quello della Regina, in Lombardia, non è certamente da meno. Anzi. Sul lato ovest della Val Brembilla, sorge la vetta del celebre Castello della regina che chiunque può raggiungere passando da Catremerio e da Zogno e che è avvolto da uno dei misteri più curiosi dell'intera regione. La leggenda narra infatti che fu il rifugio di una regina pagana saracena in fuga da incalliti cristiani assetati di sangue e desiderosi della sua morte. La regnante era scortata ed accompagnata da un piccolo gruppo di fedeli che si prestavano a difenderla e a tutelare la sua incolumità, ma che non riuscirono a salvarla perché, in disastrosa minoranza, dovettere soccombere in un terribile agguato. La regina, disperta e rimasta completamente sola, si gettò nel dirupo per non abbassarsi ad alcun compromesso e soprattutto per non cedere alla religione cristiana, restando fino alla morte più che fedele al suo credo. Il tesoro del suo piccolo regno, probabilmente mai stato trafugato, pare che l'abbia seguita nel baratro e molti da allora furono gli abitanti del luogo a dichiarare di aver avvistato il suo spirito ancora in compagnia del suo amato e fedelissimo esercito. Secondo alcune ricerche, il tesoro, invece, avrebbe subito tentativi di trafugazione da parte di uno sventurato contadino che si gettò nel vuoto nella folle impresa. Ahilui, senza successo. In seguito avrebbe incontrato un vecchio saggio che gli avrebbe narrato del celebre tesoro e che gli avrebbe indicato il modo per trovarlo: presentandosi nei pressi del dirupo il dodicesimo giorno del primo mese dell'anno con un gatto ed un bimbo in fasce in braccio, se avesse cercato sotto ad un cespuglio di viburno, avrebbe trovato una scala che lo avrebbe condotto direttamente alla stanza delle ricchezze. Il contadino attese quel giorno con impazienza, ma convinto che avrebbe dovuto sacrificare sia il bimbo che il gatto, non se la sentì di compiere un gesto tanto orribile, così si presentò senza i due requisiti richiesti. Buono d'animo e generoso, si convinse che avrebbe ugualmente trovato il tesoro, magari accordandosi e cercando di raggiungere un compromesso. La scala, così come gli era stato comunicato dal vecchio saggio, era esattamente sotto al cespuglio di viburno, ma appena iniziò a scendere nel dirupo avvertì alle sue spalle una forza sconosciuta e terrificante che tentava di afferrarlo violentemente. Dopo essersi liberato non senza difficoltà, fuggì via terrorizzato e, purtroppo colpito da una forte febbre, da lì a breve morì. Da quel giorno e da quell'episodio nessuno ha più tentato di avventurarsi giù per il dirupo e di trovare quel tesoro, ormai, è il caso di dirlo, maledetto e dannato dalla stessa Regina.

Da Calì per ora è tutto, alla prossima suggestione.

giovedì 19 febbraio 2009

Il Magick di Crowley


Era il 12 ottobre del 1875 e in Inghilterra nasceva Edward Alexander Crowley. Per molti il nome non avrà alcun significato preciso, ad altri suggerirà notizie lontane e difficili da recuperare mentalmente, ma a quei pochi che lo conoscono col nome con cui diventò presto famoso, Aleister Crowley, farà tornare alla mente la Bestia (lo stesso appellativo con cui si autoproclamò), specialista in occultismo e autore di numerose pubblicazioni sull'argomento. Basti pensare, per individuarne il profilo, che negli anni '20 l'Inghilterra intera ebbe a definirlo "l'uomo più malvagio del mondo". Poeta e pittore bisessuale, nonché grande sperimentatore di droghe e profondo conoscitore delle più antiche dottrine iniziatiche dei Rosa+Croce, della magia egizia e di quella rossa, Crowley fu uno dei più rilevanti esponenti di tutti i movimenti magico-occulti che si avvicendarono dal XVIII secolo in poi. Visse un'esistenza da maledetto, nomade e tormentato. Potrebbe essere il perfetto protagonista dell'ennesimo film oscuro da godersi in prima fila, se non fosse che le ombre della sua produzione siano talmente nere e misteriose da ricadere sulla sua stessa ambigua personalità. Il fiore all'occhiello della sua intera produzione sembra a tutti gli effetti essere il cosiddetto Magick, l'opera massima in cui riversò tutte le sue conoscenze e ogni suo approfondimento sullo yoga, sull'alchimia, sulla magia sexualis e sui culti misterici orientali. Da non sottovalutare il sottotitolo del testo, "in theory and practice" in cui viene chiaramente indicato l'intento dell'opera, non solo teorico ma anche e soprattutto attivo. E' questo un testo che, adorato dai satanisti, ancora oggi fa discutere enormemente ed incuriosisce non tanto per le informazioni contenute, quanto per le suggestioni evocate e per i suoi tratti a tinte fosche, forti. Il testo base per chi intende procedere sulla strada della cosiddetta ars goetia, pratica magica che riguarda l'invocazione ed il risveglio dei demoni, e soprattutto per quanti decidano di approfondire i temi più oscuri, talvolta pericolosi, legati ad un tempo che non ci appartiene ma che rivive proprio grazie a queste, e a moltissime altre, pagine oscure.

Per ora da Calì è tutto.

mercoledì 18 febbraio 2009

FABIO CALI' CERCATORE DI RICERCHE 9: Tutankhamon fa ancora discutere


E' recente la supposizione avanzata da alcuni ricercatori dell'università di Liverpool, tra cui il professor Robert Connoly, secondo la quale il celebre e tanto discusso faraone Tutankhamon sarebbe stato seppellito non da solo, ma in compagnia di due figlie gemelle. Quella degli antropologi non è una semplice ipotesi, ma il frutto di numerosi studi sul campo: da tempo, infatti, collaborano con le autorità egiziane per analizzare con cura ed attenzione la tomba del faraone. I primi risultati confermerebbero che i due feti, rispettivamente di cinque e di otto mesi, rinvenuti nel 1922 dall'archeologo Howard Carter, oltre ad essere dei gemelli, possiedono gruppi sanguigni perfettamente compatibili con quelli del giovane figlio di Ra. Salito al trono all'età di soli nove anni, diverse e numerose sono le teorie proposte sulla discendenza del dodicesimo sovrano della diciottesima dinastia egizia. Proclamato giovane del Nuovo regno, morì altrettanto presto, a soli diciannove anni: una fatalità talmente tragica da far pensare ad assassinii politici e complotti da parte dei suoi vari oppositori. Carter fu proprio colui che ne scoprì il corpo, purtroppo analizzato con metodi davvero poco ortodossi: sappiamo che per estrarre il faraone dal sarcofago utilizzò addirittura martello e scalpello rompendogli le ossa, e che per sciogliere lo spesso strato di catrame che circondava parte del corpo e che riempiva il sepolcro, l'avrebbe esposto a delle lampade che superavano i 650°C, scalcinando l'intera struttura ossea. Dal giorno della prima autopsia presso l'università del Cairo, era l'11 novembre 1923, tanti sono stati gli studi dedicati al grande sovrano d'Egitto sulla sua morte, dai raggi X alle tomografie assiali computerizzate, probabilmente causata da una banale infezione tetanica. Quello che avvolge la tomba KV, codifica della camera funeraria di Tutankhamon presso la Valle dei Re, è davvero stupefacente e vale la pena ricordare che i reperti provenienti dal sarcofago sono tuttora conservati al Museo Egizio del Cairo, dove occupano un'intera ed interessantissima ala. Certamente il Museo val bene una visita (io direi anche due, tre o quattro), ma l'occasione di trovarsi di fronte a colui di cui l'unica cosa certa fu quella che morì (come ebbe a dire lo stesso Carter), non ha davvero prezzo.

Per tutto il resto c'è il vostro Calì che vi dà appuntamento al prossimo mistero.

lunedì 16 febbraio 2009

L'elogio della lentezza


Negli anni a cavallo tra il 1400 e il 1500 si viveva diversamente. Che fosse meglio allora non possiamo stabilirlo, ma l'unica certezza è che gli uomini di una volta non si trovavano alle prese con lo stress congenito, la fretta perpetua e le esagerate convulsioni moderne e moderniste di cui oggi chiunque è preda e vittima sacrificale. Ovviamente la durata della vita era minore rispetto a quella odierna, ma chi può sentenziare senza alcun dubbio che quella manciata di anni in meno non risultasse problematica per uomini che vivevano la vita senza l'ansia di dover fare, produrre e realizzare subito e a tutti i costi? E se l'armonia non si trovasse nella quantità, ma nella qualità del tempo ottimizzato e davvero vissuto? Chi ha detto che l'esistenza umana deve manifestarsi in grandi opere, atti grandiosi e momenti a malapena assaporati? Siamo sicuri che ciò che ci apprestiamo a fare ora non sia rimandabile a domani o, meglio ancora, a data da destinarsi? Lo sapeva bene quel geniaccio del Da Vinci che, sebbene perennemente alle prese con committenti infuriati ed un'intero arsenale di opere lasciate incompiute, se la prendeva con grande calma. O forse no. Forse già allora aveva compreso il vero senso della perfezione, dell'equilibrio che non per forza soggiace nel compiuto, ma talvolta nell'incompleto. Nell'imperfetto. D'altronde ad un'opera finita troveremmo sempre dei difetti, delle mancanze. Come si fa, invece, a restare insoddisfatti di fronte a qualcosa che non parla di esiti o risultati finali? Lo scontro della cultura tradizionale, quella che sapeva prendersi i suoi tempi e che viveva la propria esistenza senza troppe scadenze ed agitazioni, va così a cozzare irrimediabilmente con la nostra epoca, che tiene in pugno il tempo credendo di esserne il padrone e che desidera vivere sette vite in una. Come i gatti. Ma erano davvero lenti questi uomini del Rinascimento o i lenti siamo noi che ancora non abbiamo capito il vero senso della vita? Il gusto della creazione di un'opera a cui non necessariamente deve seguirne subito un'altra e che magari può restare un unicum, incompleto ed interminabile? Spesso il miglior risultato lo abbiamo già ottenuto e non abbiamo neanche il tempo di accorgercene. E' lì, sotto i nostri occhi, e non lo vediamo perché già presi da altro, dall'ultima idea, moda o rivoluzione da mettere in atto. L'eterno duello tra la prudenza e l'impeto, tra l'attesa e l'azione si rinnova ad ogni istante, ad ogni secolo, in ogni uomo. E, tornando a Leonardo, ci viene da sorridere se pensiamo che in tutta la lentezza descritta, ha scritto oltre 13000 pagine di studi, disegni, appunti, oltre alle varie opere pittoriche, scultoree e quant'altro. Noi comunissimi mortali non sappiamo arrivare a tanto e finché non c'inimicheremo il tempo e tutto ciò che esso regola, non evolveremo mai. Anzi. Schiavi del consumismo e di bisogni artificiali indotti, figli di una produzione fine a se stessa e di modelli consumati ed ormai svuotati da ogni logica, non abbiamo altro scopo nella vita che sopravvivere a noi stessi e al tempo che inesorabilmente ci passa sotto il naso. Che Leonardo fosse un genio era inutile ripeterlo, ma che ci avesse mostrato oltre a tutta la sua Arte rivestita da regole nascoste e segreti misteriosi anche il segreto dell'immortalità, è da ribadire. L'uomo diventa immortale non quando s'avvicina al divino, ma quando si scopre umano, dotato di enorme sensibilità creativa di un'ampio potenziale da sviluppare e quando riesce a far luce sui propri talenti nascosti, come il dono di conoscere i propri limiti e d'imparare ad amministrare il tempo che passa, piegandolo alle proprie volontà. Una scoperta, questa, che gli cambierebbe la storia, non solo la vita.

"Affrettatevi piano", diceva Svetonio. Nel frattempo Calì vi saluta.

giovedì 12 febbraio 2009

Manoscritto di Voynich: truffa o messaggio?


Uno dei libri più misteriosi ed affascinanti del mondo non presenta alcun titolo, non si possiede alcun dato circa l'autore ed è scritto in una lingua sconosciuta o in un codice che mai nessuno è riuscito finora a decifrare. Noto oggi come Manoscritto di Voynich dal nome dell'antiquario russo che lo riportò alla luce frugando nel 1912 nella biblioteca gesuita di Villa Mondragone di Frascati, quando ormai chiunque lo dava per scomparso da più di trecento anni ed ormai irrimediabilmente perduto per sempre, il testo abbonda di illustrazioni che ritraggono sfere celesti ed animali, piante fantastiche e curiosi simboli magici. Persino donne nude. Oggi il manoscritto è conservato presso la biblioteca dell'università americana di Yale, ma i misteri che vi ruotano intorno sono davvero tanti. Soprattutto sulla sua origine e sul suo significato, due aspetti intorno ai quali si sono susseguite le ipotesi più fantasiose e suggestive. Pare che molti, in passato, erano convinti che il libro fosse stato compilato da Bacone poiché un tempo era celebre proprio come il prodotto frutto dell'ingegno del doctor mirabilis del XIII secolo. Fra i primi a supportare questa tesi, uno dei primi studiosi che ebbero la fortuna di esaminare il testo per primi, William Newbold, docente di filosofia presso l'università della Pennsylvania. Fu proprio lo stesso Newbold a dichiarare che ogni carattere del codice avrebbe contenuto tratti minimi corrispondenti ad un'antica pratica stenografica che celerebbero la descrizione esatta del microscopio e di altre straordinarie invenzioni di cui proprio Bacone era il padre. In realtà ricerche più approfondite hanno smentito categoricamente tale ipotesi poiché pare che i trattini di penna non fossero altro che banali macchioline d'inchiostro. Gli studi si moltiplicarono dopo la fine del secondo conflitto mondiale quando molti dei crittografi che avevano decifrato il codice Enigma e quello della Flotta Imperiale giapponese, iniziarono a dedicarsi a far luce su più antichi e misteriosi documenti cifrati, riuscendo a risolvere tutti i dilemmi tranne uno: proprio quello alla base del Voynich. C'è stato chi ha supposto un testo scritto in ucraino ma completamente privo di vocali, chi un'opera religiosa collegata ai Catari e scritto in una sorta di gramelot, una misto di termini appartenenti a lingue diverse e persino chi lo ritenne figlio di Leonardo da Vinci, senza contare chi ha avanzato l'ipotesi che ci si trovasse di fronte alla versione più segreta della leggendaria Clavicola di Salomone, testo magico per antonomasia. Non dimentichiamoci però che tanti sono stati i ricercatori pronti a giurare che si trattasse dell'opera di una civiltà extraterrestre, contenente chissà quali segreti ultraterreni ed extraumani. Al momento non siamo assolutamente in grado né di stabilire la paternità dell'opera, né di sentenziare che la soluzione al grande dilemma si trovi tra le teorie proposte nel corso del tempo ed appena citate. Certo è, però, che dai costumi dei personaggi illustrati e dallo stile dell'intera opera potremmo pensare che sia stato redatto non più tardi della fine del XIV secolo. In realtà il primo documento che lo cita risale al Seicento in cui in una lettera si menziona il probabile acquisto dello stesso testo da parte di Rodolfo II, imperatore dell'antico Sacro Romano Impero che lo pagò ben seicento ducati d'oro. A seguire pare che il manoscritto sia scomparso, non se ne sono trovate altre tracce, fino al 1666 quando il rettore dell'università di Praga, tal Joannes Marcus Marci, presumibilmente detentore del testo, chiese al gesuita Athanase Kircher, esperto crittografo, di poterne tentare la soluzione, decodificandolo e, finalmente, chiarendo ogni dubbio circa il suo significato ed il suo contenuto. Riapparve concretamente nel 1912 proprio in un convento di gesuiti, ma da allora nessuno ha mai saputo trovare la chiave per aprire questo enorme mistero. Recentemente c'è stato anche chi ha ipotizzato una burla ai danni di Rodolfo II, ma come avrebbe potuto un qualsiasi truffatore medioevale produrre ben 230 pagine con una struttura di base così lineare e perfetta? La Griglia di Cardano, strumento inventato dal grande algebrista italiano omonimo e caratterizzato da un foglio di cartone nel quale vengono praticati casualmente buchi rettangolari, si potrebbe arrivare ad una plausibile spiegazione del tutto. L'unico incoveniente è che la griglia (e quindi la disposizione degli spazi) deve essere assolutamente identica in tutto e per tutto a quella del mittente. Parole prive di senso o vero e proprio messaggio nascosto? Geniale rompicapo o sgradevole truffa? Difficile dirlo quando ci si trova di fronte ad un'opera così intensamente intricata e difficile da collocare nel tempo e nello spazio. Tante le ipotesi, poche quelle convincenti. Altrettanto numerosi gli studiosi che hanno provato a risolvere il mistero, nessuno che finora sia realmente riuscito nell'ardua impresa.

A presto dal vostro caro Calì.

mercoledì 11 febbraio 2009

Tritemio e le parole dell'oscurità


Scritta dall'abate Tritemio intorno al 1500, pare che la versione della Steganographia messa al rogo dalla Chiesa contenesse oltre ai codici cifrati tuttora consultabili ma difficili da comprendere, il segreto e le modalità per comunicare a distanza senza minimamente far uso dei metodi allora tradizionali e comuni, come le lettere, i messaggeri e magari anche qualche piccione viaggiatore. Pubblicato per la prima volta nel 1606 a Francoforte, fino a quel giorno il testo veniva tramandato solo attraverso copie scritte manualmente. Prendendo in considerazione le probabili cattive trascrizioni, letture errate e le versioni corrotte rispetto all'originale, non possiamo che tenere presente che il testo giunto fino ai giorni nostri non è, non può essere e non sarà mai un testo attinente a quello del 1500. La supposizione, in questo caso, viene da sé. Dell'autore, a differenza di molti altri manoscritti segreti che restano immersi nel mistero più totale, sappiamo che fosse a conoscenza del latino, del greco, dell'ebraico e che fosse un profondo studioso interessato a diverse discipline, dalla mente aperta e piuttosto ricettiva. L'incontro che gli cambiò per sempre la vita avvenne nel 1479 quando, come riportano le attendibili testimonianze di eminenti storici, conobbe un Maestro dei Rosa+Croce. Divenne abate entrando in un monastero benedettino a soli vent'anni e sebbene alcuni iniziarono a considerarlo un santo, molti altri cominciarono a giudicarlo un mago: persino illustri personaggi come Cornelio Agrippa e Paracelso si recavano da lui per scambi di opinioni o semplici consulti. In seguito gli altri monaci, probabilmente esasperati dalla fama del loro abate così attivo e di cui molte voci non esitavano a collegare a manie di evocazione di morti illustri, lo deposero dalla sua carica e Tritemio, volontariamente, si ritirò in solitudine scrivendo numerosi manoscritti e meditando fino all'anno della sua morte, esattamente il 1516. Grande studioso ma altresì notevole comunicatore, pare che Tritemio avesse intenzione di lasciare tutto il suo sapere ai posteri, a chi, dopo di lui, fosse stato interessato ad approfondire gli strumenti comunicativi allora poco o affatto conosciuti. Al tempo stesso però non voleva che tutto il suo bagaglio di conoscenze ed importanti informazioni cadesse in mani sbagliate o che, peggio ancora, cadessero vittime dalla mannaia della censura ecclesiastica. Pertanto decise di nascondere ciascuna delle misteriose nozioni fra le pagine di manoscritti apparentemente insignificanti, giudicati comunque troppo espliciti e che la Chiesa mutilò ugualmente. La sua opera più grande, Steganographia, frammentata in tre volumi distinti, raccoglie le conoscenze ultraterrene dell'autore, dall'invocazione degli spiriti nelle varie e propizie ore del giorno, alle tabelle numeriche, passando per i calcoli astronomici. Da sottolineare che ogni invocazione che Tritemio ha fissato nero su bianco, inizia col nome dello spirito da invocare e prosegue con le parole, apparentemente astratte e senza alcun senso logico, che in realtà nascondono un messaggio teso alla realizzazione e allo sviluppo dell'invocazione stessa: i profani non l'avrebbero in alcun modo compreso e che gli iniziati, invece, avrebbero appreso alla perfezione.

Da Calì per ora è tutto.

lunedì 9 febbraio 2009

FABIO CALI' CERCATORE DI RICERCHE 7: Nessuna certezza sui Globster


Se vi dico Blob, cosa vi viene in mente? A coloro che hanno collegato il nome ad un satirico programma televisivo, rispondo che non era esattamente quello che volevo sentirmi dire. In realtà i Blob (o Globster), termine coniato nel 1962 da Ivan T. Sanderson nel 1960 per descrivere e definire un'enorme carcassa arenatasi in Tasmania, sono delle gigantesche masse organiche che per la loro resistenza a identificazioni e collegamenti con animali conosciuti, si differenziano dai più comuni scheletri marini. Tanti sono stati i ritrovamenti di fibrosi colossi simili, ma per quanto riguarda il caso della Tasmania va ricordato che non vennero trovati occhi, struttura ossea o una testa ben definita. Gli esperti di criptozoologia e di biologia hanno avanzato diverse ipotesi circa la natura di tali esemplari: si va dai calamari e dalle piovre giganti, passando per balene, megattere, capodogli o grandi squali in avanzato stato di decomposizione, fino alla probabilità più temuta e al tempo stesso più affascinante: che ci si trovi di fronte a giganteschi invertebrati completamente sconosicuti. Se alcune tra le carcasse ritrovate, nella maggior parte dei casi arenate sulla spiaggia, sono state identificate come effettivamente grandi animali marini conosciuti ai più, altre restano tutt'ora un enigma da decifrare. Dal 1896 in cui in Florida fu rinvenuto il primo globster, tanti anni sono passati. Sono stati analizzati blob simili a giganteschi orsi polari, ricoperti da un fitto pelo bianco ma con al posto della testa una strana proboscide e con la coda simile a quella delle aragoste (il che farebbe evidentemente disintegrare l'ipotesi dell'orso), simili a mastodontiche piovre, alte quasi tre metri, maleodoranti, con piccoli tentacoli disposti asimmetricamente e con la silhouette di un cappello a bombetta con le branchie, e strani esemplari con le zanne, il pelo lanoso delle pecore ma untuoso e gelatinoso al tatto e completamente privo di struttura ossea e cartilagine. L'unico elemento che li accomuna è l'estrema resistenza dei tessuti, oltre allo straordinario effetto di mostruosità che suscita in chi ci si imbatte. Il risultato di tante ricerche e tentativi di darsi una risposta? Il disorientamento più totale di fronte ai resti di animali che, la maggior parte dei ricercatori, non hanno esitato a commentare con impaccio e stordimento dichiarando, il più delle volte, "Non riesco ad immaginare niente che gli somigli".

Anche per oggi Calì ha fatto il suo dovere di cronista di misteri.

venerdì 6 febbraio 2009

Il mistero della scrittura vinciana


Fabio Calì torna a parlare del grande personaggio che visse e lavorò molto a Milano, Leonardo Da Vinci.
A diffidare della natura delle cose, spesso, si perdono i dettagli più preziosi. Ma se i dubbi che ci poniamo nascono dalle parole dette, scritte e nascoste di una delle menti straordinarie di tutti i tempi, dove inizia e dove finisce il mistero? Leonardo da Vinci scriveva con la mancina e da sinistra verso destra. Non che non fosse capace di scrivere con la consuetudinaria mano e dal verso giusto, ma all'epoca il mancinismo corretto ed il suo vizio, più che stilistico, denuncerebbe la mancanza di studi regolari. Ha ampiamente dimostrato di saper scrivere da sinistra verso destra, ma questo capovolgimento non può che avere una sua plausibile spiegazione. Molti sono gli autori che hanno utilizzato la scrittura speculare affinché le parole potessero essere lette solo di fronte ad uno specchio, ma se per molti si trattava di un gioco o di un vezzo capriccioso, per il Maestro significava occultare con saggezza e metodo le proprie formule e mantenere il completo segreto sui suoi appunti. Ovviamente per occultare gli scritti non bastava capovolgere la direzione, ma confondere ulteriormente le idee al curioso lettore che si ostinava ad addentrarsi in sentieri pericolosi. Così Leonardo seminò i suoi appunti di anagrammi ed altri sottili stratagemmi per allontanare gli occhi indiscreti e le lingue più sciolte. Tralasciando la moda lanciato da uno dei più grandi campioni cinematografici d'incassi al botteghino che prometteva di far luce sul codice occultato dal grande Maestro, non possiamo che elogiare questa sua straordinaria tenacia nell'avventurarsi per mondi tenebrosi e la conseguente determinazione a far scomparire dal suolo calpestato qualsiasi sua traccia. Un uomo che voleva rendersi invisibile oltre ogni limite, nonostante la sua autorevolezza e il suo spessore sono sopravvissuti alla sua stessa morte. Come faceva a passare inosservato un uomo che già nel '500 pare che adoperasse un prototipo di penna stilografica, da lui stesso progettato, al posto della più comune e scontata penna d'oca? Come non inerpicarsi per i sentieri misteriosi che l'artista ha tentato di nascondere per una vita intera? E come non appassionarsi ai miti che ha creato tanta sapienza, come non andare a saccheggiare le sue tele a caccia di indizi, come resistere al suo fascino? A questo punto, credo sia questa la risposta più difficile da fornire.

A presto dal vostro caro Calì.

venerdì 23 gennaio 2009

Clavicula Salomonis, il gioiello del Mediterraneo magico


In questi giorni siamo in vena di misteri. La banca dati di Fabio Calì vi apre di nuovo la porta, questa volta per un viaggio nello spiritismo e nella magia.
Niente di inventato, stavolta, nessuna truffa, Calì nella storia del furto di opere d'arte ci ha sempre creduto.

Clavicula Salomonis, certamente è il trattato magico più conosciuto e diffuso in tutta l'area del Mediterraneo e con altrettanta sicurezza possiamo stabilire che la cosiddetta Clavicula Salomonis è uno dei misteri più affascinanti di fronte al quale l'uomo si sia mai trovato. La sua popolarità è anche dovuta al fatto che si tratta di un vero e proprio manuale pratico di magia che segue ed accompagna passo dopo passo l'aspirante mago, ancora principiante ma desideroso d'imparare. Pertanto descrive accuratamente le modalità con cui preparare se stesso ed il proprio spirito, gli strumenti da utilizzare nelle pratiche magiche, quali formule impiegare, cosa domandare e come conversare con gli spiriti evocati e soprattutto di quali sigilli e simboli premunirsi per autodifendersi.

Le origini di questo straordinario testo sono davvero antichissime. Pensiamo soltanto che molti dei rituali e delle cerimonie narrate sono assai simili a quelli praticati dagli ebrei, dai caldei e dai babilonesi. Nonostante questa somiglianza, la paternità del testo attribuita al grande re Salomone è senza dubbio da considerare leggendaria. La prima citazione attestata dell'opera risale al primo secolo d.C. quando a parlarne fu lo storico ebreo Giuseppe Flavio; a seguire molti furono i personaggi che ne ripresero formule e parole, addirittura attribuendole ad un certo Aronne Isacco, mago di corte di Manuele I Comneno, imperatore di Bisanzio, che a sua volta le aveva tratte da un antichissimo testo, probabilmente proprio la Clavicula Salomonis.

Non dobbiamo dimenticare che questo manoscritto vanta e conta numerose copie in differenti lingue, dal tedesco all'inglese, dall'italiano al francese. La maggiroparte delle redazioni è conservata tuttora al londinese British Museum e nella Biblioteca dell'Arsenale di Parigi, ma molte sono le versioni che fanno parte di altre biblioteche sparse in tutto il globo o di altrettanto varie collezioni private. Proibita nel 1559 dall'Inquisizione per il suo carattere diabolico ed evocatorio (tra le pagine è presente un Pentacolo in grado di forzare gli spiriti refrattari ad apparire e che, mostrandolo, li costringeva a presentarsi al cospetto di chi li aveva evocati) e bollata come opera pericolosa, la prima copia stampata vide ugualmente la luce a Roma nel 1629 e da allora le suggestioni, i misteri e le domande che le sue pagine suscitarono non hanno ancora smesso di destare dubbi, sospetti ed inquietudini.

Calì vi saluta e vi dà appuntamento al prossimo segreto da svelare.

lunedì 19 gennaio 2009

Un Libro Muto che dice molto


Di libri che parlano e che confermano tesi più o meno sensate, credibili e veritiere, ne è davvero piena qualsiasi libreria che si rispetti, ma di libri muti, che parlano non con le parole ma con i colori di un'iconografia alquanto singolare ne conosciamo solo uno, il cosiddetto Mutus Liber, per l'appunto Libro Muto. Si tratta del libro alchemico scritto, o meglio, compilato, da Altus, un testo da leggere con le sensazioni, il ragionamento ed il cuore di chi sa vedere oltre, poiché non possiede parole ma esclusivamente immagini. Le uniche frasi che compaiono nell'opera si trovano nella prima e nell'ultima pagina, quando si afferma che "Il libro muto, nel quale l'intera filosofia Ermetica viene rappresentata in forma di immagini geroglifiche, consacrato a Dio misericordioso, tre volte massimo ottimo, e dedicato ai soli figli dell'Arte, il cui autore ha nome Altus." In queste curiose parole troviamo tutte le informazioni necessarie a capire di fronte a cosa ci troviamo. La serie di numeri citati si riferisce alla genesi narrata nel testo biblico, pertanto ai tre precisi passi in cui viene anche sottolineata la presenza della rugiada celeste, essenziale per raggiungere il compimento dell'opera. Le pagine cominciano con le rappresentazione di due angeli e della celebre scala di Giacobbe, ma il primo aspetto che salta all'occhio del lettore attento è che se nelle prime raffigurazioni che seguono la prima viene descritta ciascuna fase dell'opera alchemica, in quella di apertura si specifica lo stato che dovrebbe possedere colui che intende "Trasformare i vili metalli in oro", pertanto chi desidera intraprendere la ricerca della pietra grezza e la purezza del cuore. Per quanto riguarda la simbologia diciamo subito che la scala rappresenta i segni zodiacali ed il susseguirsi delle varie fasi (i gradini sono dodici) per raggiungere la materia sublimata, completamente separata dal caos. Persino nell'ultima tavola torna questo simbolo, ma stavolta è adagiata a terra come ad indicare che lo scopo è stato raggiunto, l'opera compiuta e che l'essere umano, sorretto da due angeli in ascesa verso lo splendente e vittorioso sole, non ha più bisogno di salire alcuna scala. Ogni tavola rimanda a profondi ed importanti messaggi da decodificare e da spiegare con le opportune nozioni. L'altro aspetto da non tralasciare è visibilmente il doppio numero di alchimisti impegnati a lavorare, una donna ed un uomo, probabilmente per indicare e sottolineare la legge degli opposti che regna incontrastata in questo mondo, sempre presente in ogni cosa, fenomeno e processo. A differenza di altri testi, non solo il Libro Muto è stato ristampato anche in epoche successive alla prima uscita, ma addirittura è possibile reperirlo in molte librerie specializzate in temi magici e alchemici poiché da tempo in commercio. A prescindere dal significato di ciascun tratto, le immagini sono davvero suggestive e le dodici tappe da percorrere, dalla calcinazione fino alla proiezione, appaiono come dure prove da superare, in cui l'uomo deve eccellere qualora decidesse di voler aspirare alla sublimazione e che lo congedano con l'ennesima esortazione: "Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e troverai. Dotato di occhi, ora ti allontani."

Per ora da Calì è tutto.

venerdì 31 ottobre 2008

Leonardo da Vinci, profilo di un Genio


Uomo di spirito, genio straordinario e maestro indiscusso, Leonardo da Vinci continua a far parlare di sé per i segreti che ha accuratamente seminato nella propria sterminata collezione di capolavori e per tutto ciò che, tramite indagini approfondite, ha saputo dire e predire. Ma se provassimo a guardare tutto da una prospettiva alternativa e ci chiedessimo da dove provenga la vera luce, quale sarebbe la risposta?

In altre parole, il mistero riguarda il codice che l'artista ha conosciuto e poi accuratamente occultato, o si chiama proprio Leonardo da Vinci? Personalmente credo che il profilo umano nella maggior parte dei casi parli da sé e che non possa esistere uomo senza mistero (e viceversa).
Anche per il grande Leonardo vale questa regola poiché ci troviamo di fronte ad un umanissimo re degli opposti, dell'occulto, dell'oscurità bilanciata dall'armonia di forme e dimensioni. Per comprendere a fondo la sua grandiosa capacità intellettiva non basterebbe una vita, ma per avvicinarsi all'uomo Leonardo dobbiamo prendere in considerazione l'arsenale d'opere lasciate incomplete e manchevoli piuttosto che quelle conosciute ai più, caratterizzato da tele straordinariamente conosciute e nominate in ogni angolo del globo e da prodigi scultorei di cui realmente restiamo sbalorditi.

Più che la materia plasmata, sono le idee a fare il genio, il mago dell'arte e della vera conoscenza. Perfezionista maniacale, probabilmente questo suo aspetto era l'unico che lo accomunava a Michelangelo, così diverso e ostile nei suoi confronti, pervenne presto alla concetto di perfezione del non finito, pertanto dell'infinito. La sua fu un'esistenza piuttosto serena e agiata, vissuta in un'elegante residenza bordata di ulivi e vigne sulle colline che già parlavano di armonie formali ed opposizioni compositive.
Affidato in età molto giovane ai nonni, entrò subito in simbiosi con la natura circostante e con gli animali che popolavano il suo mondo. Il Vasari lo definisce come l'uomo che liberava gli uccelli dalle gabbie per renderli felici e padroni del loro destino e che accudiva i cavalli esattamente come si alleva un figlio. Nonostante questo rapporto quasi simbiotico con gli altri viventi, non esitò per amor di scienza e conoscenza a sezionare cadaveri animali ed umani per sondare i misteri più intimi della vita come la malattia, la morte, il bìos e la struttura fisica che accoglie ogni spirito. C'è chi sottolinea aspetti psicoanalitici riguardanti la mutilazione del suo rapporto con la madre, figura misteriosa che torna in molti tratti dell'artista. Ad ogni modo, sebbene la morte del padre fosse passata quasi in sordina, quella della madre venne acolta da funerali particolarmente fastosi di cui egli stesso si occupò personalmente. Nel proprio bagaglio pare che conservasse sempre le due camicie e le tre paia di calze in tela ruvida cucitegli dalla povera madre, ma che lui non riuscì mai ad indossare, abituato ala raffinatezza delle corti. Nonostante i tanti sogni realizzati ed un'esistenza vissuta al massimo, un cruccio gli rimase.

Uno dei suoi più grandi desideri era quello di riuscire a costruire la più grande statua equestre del mondo, ma impossibile da realizzare per i limiti della strumentazione dell'epoca e delle tecniche utilizzate allora. Ne poté predisporre solo un gigantesco modello in creta che purtroppo i francesi distrussero, eletto bersaglio prediletto per le loro balestre. Anche in questo caso appare evidente l'inadeguatezza degli uomini e degli strumenti messi a disposizione della sua epoca, riflessione che torna in molti altri tratti della sua vita.
Pensiamo, per esempio, all'anonima denuncia per abuso sessuale su un suo allievo giovanetto: la presunta omosessualità del Da Vinci è tuttora avvolta da fitte nebbie che confondono idee e partoriscono maliziose supposizioni, ma nonostante molti abbiano cercato di scalfire l'immagine virtuosa del maestro, Leonardo è sopravvissuto alle intemperie del suo tempo e si presenta a noi, suoi eredi, come il più moderno fra i moderni. Un uomo ambizioso che, come ebbe a dire Merezhkovskij, "si destò troppo presto, quando era ancora buio e intorno tutti dormivano".

A presto dal vostro Calì.

martedì 28 ottobre 2008

FABIO CALI' CERCATORE DI RICERCHE: 2 - Mistero a Sarajevo


Chissà che le favole non possano avverarsi davvero. Se lo saranno probabilmente chiesti di recente gli abitanti di Visoko, a 30 km da Sarajevo, all'arrivo dell'archeologo americano-bosniaco Semir Osmanagic, convinto di aver individuato sotto a delle curiose colline triangolari, la piramide del Sole, della Luna e del Drago.

Gli scavi, avviati due anni fa nella valle, hanno riportato alla luce cunicoli comunicanti, tunnel sotterranei e addirittura strade lastricate. I più scettici credono saldamente nell'abbaglio, ma chiunque, prima di trascinare qualcuno o qualcosa in giudizio ed emettere la propria sentenza, dovrebbe informarsi ulteriormente.

Valutare tutte le ipotesi è il primo passo per raggiungere un obiettivo e anche in questo caso si dovrebbe giudicare a partire dai dati (certi) raccolti: sappiamo, ad esempio, che il risultato dell'esame effettuato con il carbonio 14 ha stabilito che i primi lavori in pietra risalirebbero ad addirittura 12000 anni fa e che nelle vicinanze, altre colline sospette prometterebbero ulteriori piramidi. Insomma, una vera e propria civiltà preistorica si starebbe riaffacciando al mondo e la straordinaria scoperta potrebbe rivoluzionare la storia europea.

Persino la comunità scientifica ha inizialmente storto il naso davanti alla probabile ennesima stranezza balcanica, ma ha dovuto ricredersi in fretta di fronte ai dati empirici che i vari rilevamenti hanno portato alla luce. A quella che potrebbe rivelarsi come una delle più grandi conquiste dell'archeologia, stanno lavorando un copioso gruppo di geologi dell'università di Tuzla, specialisti in sedimentologia, mineralogia e petrografia, coadiuvati da un altrettanto folto numero di volontari desiderosi di comparire tra i protagonisti di questo straordinario rinvenimento.

E se al sacro si accompagna sempre il profano, basterà aggiungere che a Visoko si sono già moltiplicati i menù a tema nei ristoranti e le varie pizzerie "della piramide". A questo punto verrebbe quasi da chiedersi: Semir Osmanagic è l'uomo che ha svelato un mistero o che ha compiuto un miracolo?

Un saluto ai più curiosi da Calì.